F.A.Q.

Glossario – Restauro

Domenico Pepe on Gennaio 11, 2011

Con “conservazione” si intende assicurare che l’opera sia trasferibile nel tempo; con “restauro” si intende ricostruire e/o reinterpretare.

La definizione del concetto di Restauro nel senso più contemporaneo del termine può essere affrontato partendo dall’evoluzione storica del suo significato.

Un restauro fedele con impossibilità di effettuare una riqualificazione energetica degli edifici è necessario per gli immobili ricadenti nell’ambito della disciplina della parte seconda e dell’articolo 136, comma 1, lett. b) e c) del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, recante il codice dei beni culturali e del paesaggio, nei casi in cui il rispetto delle prescrizioni implicherebbe una alterazione inaccettabile del loro carattere o aspetto con particolare riferimento ai caratteri storici o artistici;

 

Restauro di consolidamento

1807        Raffaele Stern cominciò il restauro del Colosseo con l’apposizione di un contrafforte per evitare il crollo della parte che guarda alla P.za S. Giovanni in Laterano. Questa concezione prevedeva il restauro che non nascondesse l’intervento integrativo ma anzi lo rendesse evidente in modo da poter distinguere anche visivamente la parte originale di un monumento e quella restaurata con interventi successivi.

 

Restauro stilistico

1826        Valadier consolidò la parte opposta con archi che non rompevano il ritmo e si immedesimavano perfettamente con la parte restante e si immedesimava nella metodologia usata da Viollet-le-Duc che teorizzo, nel 1840, “l’unità di stile”. L’approccio era molto vicino al cosiddetto Restauro stilistico secondo il quale il restauratore aveva il compito di entrare nella mentalità del progettista originale e completarne o ripararne l’opera secondo lo spirito con cui l’opera stessa era stataconcepita integrandola con la propria creatività.

 

Una terza via, più estrema, si affermò in Inghilterra con le Arts & Crafts di William Morris e John Ruskin, assolutamente contrarie al restauro in sé, considerato come “la più totale distruzione che un edificio possa subire” in quanto – in qualche modo – ogni restauro tradisce l’idea originaria del progettista e non è altro che un’interpretazione del suo intento iniziale; definendolo come: «la più totale distruzione che un edificio possa subire: una distruzione alla fine della quale non resta neppure un resto autentico da raccogliere, una distruzione accompagnata dalla falsa descrizione della cosa che abbiamo distrutto».

 

Restauro storico

sosteneva che qualsiasi intervento integrativo dovesse basarsi su documenti storici (portavoce era Luca Beltrami, che portò avanti i lavori di restauro del Castello Sforzesco a Milano)

 

Restauro Filologico

1883        il “restauro filologico” indicava come importante la riconoscibilità dell’intervento riportandolo a come effettivamente era liberandolo dalle superfetazioni successivamente apposte (capo scuola Camillo Boito 1836-1914)

 

Restauro del Caso per Caso

necessità di trattare ogni monumento come un caso a sé ricorrendo ai soli documenti storici relativi al monumento in esame (Ambrogio Annoni; 1882-1954)

 

Restauro Scientifico

1931        La Carta del Restauro di Atene riprese la teorizzazione della “teoria intermedia” fatta da Gustavo Giovannoni (sostenitore del Restauro scientifico con integrazione nel team di progettazione geologi e chimici).

 

In epoca più recente si individuano altri approcci al restauro:

 

Recupero

Negli anni ’70 si è diffuso il “recupero” che è una concezione grossolana del restauro che giustifica interventi fatti con scarsità di fondi.

 

Restauro Critico

tra i principali teorici Cesare Brandi (1906-1988), e che prevede il riconoscimento dell’opera d’arte e l’individuazione della sua vera forma.

 

Teoria della conservazione

negli anni ‘70 che si contrappone all’integrazione stilistica preferendo una conservazione totale di quanto resta del monumento e un’aggiunta dichiaratamente moderna. Tra i massimi esponenti di questa corrente ricordiamo Amedeo Bellini e Marco Dezzi Bardeschi.

 

Negli ultimi due decenni il contrasto fra teoria della conservazione e restauro critico è andato progressivamente attenuandosi con una convergenza verso le posizioni critico-conservative.

 

Conservazione integrata

Nel 1975 la Carta del Restauro di Amsterdam oltre alla “conservazione integrata”, cioè conservazione/restauro inserendo una funzione compatibile senza stravolgimenti, comprendeva altri 5 punti guida:

  1. distinguibilità tra originale ed integrazione
  2. reversibilità dell’intervento
  3. le aggiunte devono essere inequivocabilmente espresse con caratteri del nostro tempo
  4. minimo intervento
  5. compatibilità chimico-fisica

 

Solo alcune voci isolate propongono teorie radicalmente differenti. È il caso di Paolo Marconi, che parte dal presupposto che in architettura non esista il concetto di autenticità materiale (perché la concezione e l’esecuzione dell’opera appartengono a persone differenti) e giunge a posizioni che riprendono in larga parte le teorie ottocentesche del restauro stilistico e storico. Opponendosi ai principi di riconoscibilità dell’intervento e di semplificazione delle integrazioni, propone invece la rifazione a l’identique delle parti mancanti o alterate[1].

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